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lunedì 29 agosto 2016

#Italia #sisma #2016 #Cupoladibrunelleschi #praticaedilizia


Il 23 Settembre 1453 Firenze subì un terremoto così forte che, secondo quanto riporta Giovanni Chellini da San Miniato nelle sue memorie, fece crollare diversi immobili e riversare per le strade la gente impaurita.
Filippo Brunelleschi (1377-1446) era morto da qualche anno. Il grosso della sua cupola era fatto, ma ancora doveva essere realizzata la lanterna di coronamento (finita nel 1471) e che secondo alcune teorie è l'elemento attraverso il quale si completa la "antisismicità" dell'opera.
Altro terremoto importante a Firenze e nelle zone limitrofe -e per il quale si contarono anche vittime- ci fu nel 1895. Molti edifici subirono danni ma la Cupola del Brunelleschi (che ad oggi rimane ancora la cupola in muratura più grande mai costruita) rimase su. Come mai?
Ci sono tante risposte ma sicuramente le più importanti sono che la Cupola del Brunelleschi è costituita da strutture intelaiate, materiali leggeri, è un organismo che nel suo complesso risulta essere un sistema elastico, ci sono rinforzi strutturali in punti strategici per lo scarico delle tensioni, ma soprattutto  la sua realizzazione è legata a sapienza progettuale e sapienza costruttiva.

All'epoca, così come adesso, esistevano due tipi di edilizia: di base e specialistica.
Per edilizia di base di intendono abitazioni: case cittadine con piccole botteghe annesse oppure case di campagna -tipo coloniche- che erano vere e proprie fabbriche ma costruite in maniera molto semplice -pur nella loro complessità. Le stesse persone che abitavano tali edifici, li costruivano: pietra sopra pietra, travi e travetti, terracotta e leganti naturali.
Per edilizia specialistica si intendono tutti gli altri tipi di costruzioni: palazzi, castelli, ponti, fortificazioni, dighe, chiese, mercati, strade, ecc. Tali tipi di costruzioni venivano costruite da professionisti delle costruzioni, ovvero vere e proprie corporazioni costituite da persone che avevano dedicato la propria vita alle costruzioni (per tradizione familiare o per studi o per "ordine religioso"). Anche in questi casi si ha una costruzione attraverso la formula pietra su pietra, travi e travetti, terracotta e leganti, ma la differenza sta nel fatto che la pratica e la tradizione lavorativa dei professionisti delle costruzioni gli hanno permesso di realizzare strutture importanti studiando e conoscendo le condizioni al contorno (il terreno, le stagioni, l'orientamento, ecc), le capacità dei materiali (diversi tipi di pietra, essenze di legno, loro corretta estrazione e lavorazione), la statica delle strutture (creazioni di capriate e volte, solai con luci notevoli, ecc), un corretto uso dei materiali leganti (pozzolane, grasselli, ecc), una corretta manutenzione e tanto tanto altro. Sopra tutto questo sta il progetto di partenza di un edificio: quanto più corretto ed efficace risulta, tanto meglio vivibile e fruibile sarà.

Con la specializzazione abbiamo oggi raggiunto gradi notevoli di conoscenze e capacità costruttive.
Con la continua fame di soldi e inutilità varie (comprese le sovrabbondanti carte burocratiche che soddisfano la formula "più labirintici sono i passaggi, più facile è riuscire a prendere qualcosa") che alimentano corruzione e mala-pratica, stiamo invece cancellato millenni di buona pratica costruttiva.
I risultati sono sotto i nostri occhi: la cupola del Brunelleschi è ancora su nonostante due terremoti forti -e altri di minore entità- mentre edifici pubblici antisismici (o supposti tali) crollano quando invece dovrebbero stare su.

sabato 2 luglio 2016

Una cosa per un'altra

Di recente sono stato contattato per un progetto di sviluppo di una fiorente attività che aveva intenzione di realizzare un'ulteriore crescita. Le informazioni comunicatemi erano chiare: formulare un progetto strategico che prevedesse la commercializzazione di nuovi prodotti e la pianificazione delle relative azioni comprensive di gestione e coordinamento delle risorse in gioco. Questo ciò che il cliente dichiarò di volere. Era una proposta per me interessantissima ed una sfida da vincere! Mi veniva chiesto di applicare creatività, strategia, leadership. Cosa vuoi più dalla vita? :)

Forte delle mie esperienze, comincio a buttare giù idee e piani. L'obiettivo era chiaro. Studio tutte le possibili condizioni al contorno. Studio il mercato (prodotti simili e competitor) e studio anche il mio stesso cliente, quindi costruisco il progetto formulando una strategia "a" ed un'alternativa "b" -considerando tutti gli strumenti messi a disposizione ed integrandone nuovi. Definisco misuratori iniziali, intermedi e finali. Definisco il team perfetto (... sulla carta!) e pianifico le azioni di comunicazione interna. Stabilisco le regole per rendere il progetto quantificabile. Propongo azioni dirette e indirette nonché formulo interventi spot e continuativi con il relativo cronoprogramma. Faccio previsioni. Simulo l'andamento del progetto con anche un'analisi del rischio -per cui sviluppo anche un potenziale piano "b" e un piano "c". Definisco un budget minimo ed uno massimo per poter permettere una valutazione ulteriore da parte del cliente. Definisco la tempistica minima e massima per il raggiungimento dell'obiettivo.

Era una vera sfida e quindi ho offerto la massima dedizione alla stesura del progetto! Il risultato ottenuto mi piaceva. Mi piaceva proprio!
Sintetizzo il tutto in un documento da presentare e fisso un incontro di esposizione. Il progetto era impegnativo e ambizioso -così come lo era anche la veduta del cliente. Ciononostante rimango fermo nella mia razionalità. Dopo un'ultima verifica (dove taglio delle eccedenze sia nel programma che nel budget), considero pronta la presentazione. Vado! Volo dunque per gli step successivi: condivisione-accettazione-formalizzazione.

Dopo i convenevoli iniziali comincia l'esposizione. Ho presentato tanti progetti e sono tranquillo. Intervallo con aneddoti legati a scelte progettuali passate adottate e che ne avvalorano l'efficacia. Passa circa un'ora. Finisco il mio intervento. Il cliente è felicissimo, entusiasta, non sta nella pelle. Gli piace. Ridiamo insieme perché ha visto il futuro della sua attività ... e per un attimo io il mio! :) Mi sento gratificato. Lui si sente positivamente appoggiato. Gli chiedo quando cominciamo. Ci pensa un attimo ... risponde: "Preferisco farlo fra almeno 3 anni. Per adesso mi serve una mano ad un paio di ragazzi che ho appena preso" ... questo ciò di cui aveva bisogno il cliente.



lunedì 28 marzo 2016

La squadra di progetto

Creare un buon progetto significa RIUSCIRE A FORMULARE UNA SOLUZIONE BUONA, EFFICACE E CHE SIA IN LINEA CON LE RICHIESTE.
Chi costruisce il progetto è la squadra. Conoscere i componenti della squadra è alla base della riuscita.

Non è mai banale comporre un progetto: se esso è realizzato a più mani occorre strutturare il team con una chiara matrice delle responsabilità (chi fa cosa) ancora prima di cominciare a buttare giù idee.
Mi capita spesso di lavorare in team. Durante il lavoro di squadra esistono delle strane dinamiche in base alle quali, in mancanza di un efficace coordinamento e/o di una sufficiente esperienza nel gioco di squadra, le lavorazioni subiscono "deviazioni". Esse possono essere non costruttive, deleterie e portare ad una mancata riuscita del progetto -ovvero lo rendono inefficace.
Bisogna assolutamente evitare di portare avanti un progetto quando si percepisce che la direzione presa non è corretta. Si rischia infatti di perdere tempo prezioso e non ottenere i risultati sperati. Quindi, se si ha il sentore che le cose non stiano andando bene, occorre quanto prima alzare la bandierina, far evidente le proprie ragioni e sensazioni, confrontarsi con gli altri quindi correggere il tiro. Lo scopo deve essere sempre quello di raggiungere l'obiettivo "riuscita del progetto",  perciò occorre evitare assolutamente la presenza di fattori devianti.

Ma facciamo un passo indietro. Il percorso costitutivo del team si può sintetizzare nelle azioni condotte dai seguenti soggetti:
- un presentatore (proponente)
- una platea (di soggetti, ognuno con singolari capacità).
Il presentatore espone una richiesta alla platea invitandola a far parte di un team. Se l'offerta è gradita -e possibile- allora si comincia a lavorare.

Ebbene, cosa vuol dire "lavorare"? Vuol dire azionarsi, ovvero mettere a disposizione le proprie skills. Per farlo occorre strutturarsi in team e far si che ognuno possa contribuire con le proprie conoscenze e capacità.
Chi struttura il team? Se il presentatore non conosce bene i componenti della squadra, come può dire chi fa cosa? La migliore soluzione è che ognuno, alla luce degli input ricevuti, parli con la propria coscienza e manifesti le proprie capacità proponendosi per contribuire con un preciso ruolo. In sostanza, può capitare che il team si "auto-strutturi" (...e capita spesso! pensiamo agli organismi pubblici cittadini). Qui scatta la chiave di tutto: chi non riesce a porsi domande e leggersi, non conosce le proprie capacità quindi, pur volendo far parte della squadra, non può offrirsi al gruppo correttamente. Ergo, soggetti del genere potrebbero risultare cattivi componenti di team.
Quante volte è capitato che a lavoro cominciato ci si accorge che dei ruoli si sovrappongono, invertono, deviano, ecc ecc creando disarmonie? Nella mia esperienza talvolta è successo! Questo accade quando dei componenti non sono in grado di assolvere i propri compiti quindi fanno a spallate per prendere gli impegni di altri nella speranza che siano per loro più congeniali. Comportamenti del genere non sono costruttivi e leali nei confronti del gioco di squadra.

L'allenatore di una squadra, conoscendo le capacità dei giocatori, costruisce una formazione perché vuole vincere la partita. Se però in campo qualcuno ha dei colpi di genio che influenzano e deviano la strategia, rischia di far perdere il controllo all'allenatore nonché ai propri compagni di squadra -che avvertono il cambiamento senza conoscerne motivi. Ergo, rischio altissimo di perdere la partita. Un buon allenatore, avverte il cambiamento, riporta alla normalità (anche con eventuali sostituzioni) e continua a metter in pratica la propria strategia di gioco a mezzo della sua formazione.


Nel team sostituire è una cosa piuttosto forte e talvolta brutta. Non sempre si può sostituire ... ma l'obiettivo è pur sempre la "riuscita del progetto". Come si opera allora? Il mio suggerimento è questo: in caso di una situazione di disarmonie/sovrapposizioni occorre SENSIBILIZZARE. Fare evidente che la cosa non sta procedendo nella giusta direzione e che è necessario esaminarsi. Ricordare che lo scopo principale non è emergere nel gruppo bensì contribuire a costruire un progetto efficace per il cliente. Se anche questo non bastasse, allora ricorrere alla sostituzione.
NB: i soggetti che creano scompiglio solitamente propongono insistentemente le loro soluzioni, parlano solo loro, giudicano senza valutare e dare contributi, parlano al personale, interrompono, danno ordini senza dire cosa fanno, non coinvolgono, non ascoltano, non si allineano, insegnano anziché dimostrare, non si fanno capire, non si confrontano, ... insomma fanno perdere tempo.

Nel gioco di squadra occorre innanzitutto essere onesti e leali con se stessi e poi con gli altri: non ci si può improvvisare "esperti di". Coloro che sono all'interno di un team devono saper misurare le proprie conoscenze e capacità nell'ottica di poter dare il proprio contributo specialmente dove sono più preparati. Solo così il team si dimostrerà composto da professionisti efficaci e potrà essere idoneo a sviluppare buoni progetti.

giovedì 17 marzo 2016

Questione di knowledge



Norme e leggi e regolamenti certo oggi non rendono facile il lavoro -poiché sembra che tutto si riduca ad essere documenti e fogli piuttosto che produrre bene e costruire bene (come ahimè una volta si faceva!....il Colosseo è ancora sù mentre i ponti di oggi vengono giù). Ma vediamo anche delle altre cause.


Nel post dal titolo "Pitture isolanti: una grande farsa?" di EMU Architetti (uno studio di professionisti appassionati e cosmopoliti, specializzati in temi di energetica e qualità del progetto/costruito ... e non solo!) vengono analizzati in modo scientifico i risultati dell'applicazione di alcuni prodotti proposti come "risolutori/salvatori". Le verifiche effettuate dimostrano che gli effetti risultanti dall'applicazione di tali prodotti non sono quelli divulgati. Molto male!!!
Se tecnici/operatori di settore leggessero questo articolo (forse) cambierebbero alcune loro opinioni, e se alcuni produttori/venditori fossero più sinceri/onesti avrebbero (forse) più mercato e di sicuro si salverebbero la faccia!

Mi chiedo se il punto della questione è solo marketing feroce oppure inconsapevolezza.

giovedì 4 giugno 2015

Archimarketing


Non so a quanto tempo fa risale il post che sto per evidenziare. I dati più aggiornati dei grafici in esso presenti risalgono al 2010 ma non credo che oggi (2015) i risultati siano cambiati.

Il blog che ho scoperto si chiama ArchiFetish ed è molto carino!
Il tema del post che invece evidenzio è Architettura e Marketing due cose che mi stanno particolarmente a cuore!

Non capisco ancora perché in Italia un professionista non abbia la piena libertà di fare un pò di pubblicità della sua attività. Oggi anche con pochi investimenti si possono avere discreti risultati nel web e la cosa potrebbe portare buoni risultati e far girare il meccanismo intricato del lavoro.

In una compagine come la nostra (italiana) dove a quanto pare ci sono 4 architetti ogni 10k abitanti, la comunicazione gioca un fattore importante per poter fare della propria professione ... una professione :)



venerdì 19 dicembre 2014

Potere Media(tico)


Arieccoci ... media media media ... una chiave!
Parafrasando la celebre "La pubblicità è l'anima del commercio" di Henry Ford, Marcello Marchesi - (1912-1978) comico, regista, sceneggiatore- ne "Il meglio del peggio" nel 1975 diceva "La pubblicità è il commercio dell'anima"... e aveva ragione!

Sul post di d.repubblica.it (webmagazine di attualità) dal titolo "40 pubblicità che ti lasciano a bocca aperta" ben si comprende il valore del messaggio pubblicitario quando combinato con una giusta immagine. Spesso di impatto, altre volte sottile, ma tutte le volte la pubblicità evoca significati che vanno anche oltre il prodotto, il brand e il tema che tratta, perché colpisce il cuore, i sentimenti, i sensi ... gioca ... gioca con l'imperfezione della natura umana!

Serve un codice etico? ... chi lo sa? L'obiettivo finale é sempre lo stesso: vendere!
Se da Henry Ford a oggi (e forse anche un lontano domani) per vendere un prodotto o fare grande un brand, le leve che si possono usare sono le stesse che vengono adottate per raggiungere i più profondi sentimenti, cosa ci può fare chi realizza pubblicità?

martedì 15 luglio 2014

Il potere della verità

In un articolo dal titolo "Honest Slogans: tutta la verità sui brand più famosi" di Martina Podetti (aka Kumiko) pubblicato su ninjamarketing.it il 14Lug2014, viene evidenziato il lavoro svolto dal graphic designer Clif Dickens: in chiave ironica vengono "re-interpretate" alcune note pubblicità di brand famosi modificandone il messaggio. La trasformazione riguarda il messaggio associato al brand o al prodotto in funzione di ciò che il consumatore realmente pensa o è indotto a fare quando attratto dagli adv.

Non c'è niente da leggere ma solo da guardare! Una immagine infatti ci rimanda ad un fatto: siamo felici assumendo il dato prodotto o frequentando il dato locale o cos'altro?...bene!... allora quasi inconsapevolmente reagiamo con azioni se sottoposti ad un segnale.

Le aziende, specialmente quelle più presenti nel mercato e quindi più "forti", hanno da tanto tempo capito come quando e perché applicare la formula "sollecitazione => azione => reazione". Semplicemente applicandola ottengono dei risultati che si traducono in:

  • maggiore presenza nella testa dei consumatori
  • maggiore mercato
  • maggiore capacità di intervento

Più semplice è il tema affrontato? Più grande sarà la platea di ascoltatori.
Più facile è il messaggio elaborato? Maggiore sarà l'efficacia dell'intervento.

...ai giorni d'oggi è così, domani si vedrà! :)


lunedì 23 giugno 2014

Customer Relationship Management..ovvero l'importanza del CRM



Lavorare vuol dire sviluppare qualcosa per ottenere qualcos'altro. Ma come si ottiene il lavoro?....con le relazioni! Più relazioni si hanno e maggiore è la probabilità di ottenere una commessa. Solo frequentando le persone quindi si può lavorare. Frequentare vuol dire "essere in contatto con" ovvero presenziare. Ci sono molti modi per essere presenti (telemarketing, emailing, affissioni pubblicitarie, campagne media, ecc) ma il più efficace è basato sul rapporto umano che deve rispettare degli step imprescindibili:

  1. conoscere una persona
  2. cogliere l'occasione per dimostrare la propria professionalità
  3. conquistarne la fiducia
  4. mantenere il rapporto (il vis-à-vis è il migliore in assoluto!)
  5. non dimenticare le parole

In particolare:
1) conoscere: la cosa più difficile!!!!! Si chiama "scouting" e chi non è portato per farlo brucia in pochi secondi l'immagine dell'attività che rappresenta (...ma non intimoriamoci: anche i più bravi scouters quando non sono in giornata falliscono -del resto anche i migliori pugili sono finiti ko qualche volta!)
2) cogliere l'occasione: vuol dire essere "parecchio vispi" e saper misurare nella conversazione, o nella dinamica del rapporto, quel momento particolare che offre la possibilità di intervenire dimostrando la nostra capacità -spesso capita davvero di avere solo pochi secondi per cogliere l'attimo.
3) fiducia: esistono dei momenti chiave che dimostrano che abbiamo la fiducia del nostro interlocutore. Uno di questi momenti per esempio è quando veniamo contattati per avere un consiglio: se lo diamo non approfittando dell'occasione (cioè non operiamo al fine di convertirlo in commessa) conquistiamo la fiducia; se invece facciamo di tutto per farci affidare quel compito allora rischiamo di declinare il rapporto -poiché esistente solo per fini lavorativi e quindi non più "umano"
4) rapporto: solo con la perseveranza si riesce a mantenerlo
5) parole: sono la vita! attraverso loro esiste la conoscenza. Sono il passaggio di informazione. Sono il lavoro! Oltre ad essere una forma di rispetto ascoltare l'interlocutore, è anche basilare non dimenticare!!!

Perché non bisogna dimenticare le parole?....perché da loro dipende la possibilità di ottenere un lavoro!
Il lavoro dunque si genera soddisfacendo il requisito di mantenere vivo il contatto, perseverare nelle proprie azioni -in maniera sempre misurata e corretta!- e non farsi sfuggire importanti aspetti.

Quando le relazioni diventano tante aumentano la probabilità di avere commesse, ottenute le quali occorre portarle avanti! Ma il tempo, si sa, è tiranno: non si può pensare intervenire operativamente su un lavoro e mantenere il ritmo di presenza nelle relazioni (problema tipico dei liberi professionisti). Ecco perché esistono figure completamente dedicate a questo (i "commerciali") che per capacità di soddisfare i punti descritti, riescono meglio di altri a portare commesse.

Se siamo nel caso di una organizzazione (uno studio, un'azienda, una qualsiasi attività composta da più persone) è fondamentale che la forza commerciale possa trasferire le info e note apprese durante incontri/rapporti in un sistema che sia condiviso con tutto il resto della squadra. Ecco spiegato cosa è il CRM e perché è tanto importante.

In conclusione, l'organizzazione vive di lavoro => il lavoro si ottiene dalle relazioni => le relazioni generano informazioni  => le informazioni devono essere trasferite. Se mancasse il ricordo di quanto appreso ed il passaggio delle informazioni, non si creerebbe lavoro!
Una condotta di acqua che in un certo punto perde non disseta: il CRM è ciò che impedisce la fuga di notizie (se un commerciale dovesse andare via porterebbe con sé i suoi contatti e conoscenze), è lo storico dell'organizzazione, è uno strumento attraverso il quale si pianifica. In definitiva, un'organizzazione che non usa CRM non cresce!

venerdì 13 giugno 2014

La riunione ed il suo conduttore

La riunione è un momento fondamentale del processo lavorativo poiché converge in un unico luogo e orario tutti i coinvolti nel progetto. Durante la riunione si comunica una decisione - o anche si decide! La riunione è l'occasione per fare il punto nave durante il percorso di creazione. Senza riunioni infatti un progetto non si può realizzare poiché l'incontro del team è il momento in cui si condivide/riallinea una visione e si (ri)porta in carreggiata il "treno" ... se già partito!

Per fare questo occorre una notevole capacità di lavorare in squadra.
Lavorare in squadra vuol dire:

  • da lato direttore:
    • saper parlare
    • saper dirigere
    • essere sintetici
    • saper mediare
    • razionalizzare il tempo e gestirlo
    • non valutare (ad alta voce) la proposta -anche se non valida- di una risorsa 
    • condurre la discussione
    • ascoltare
    • essere chiari
    • essere propositivi
    • saper assegnare compiti
  • da lato risorsa del team
    • saper parlare
    • saper ascoltare
    • essere sintetici
    • non valutare le proposte dei colleghi -se non solo quando si è interpellati
    • credere fortemente nell'importanza del ruolo ciascun membro del team
    • non cercare di sovrastare gli altri
    • non aver timore nel manifestare le proprie criticità

Quando il team è coeso ed opera procedendo in una direzione precisa, il lavoro diventa gradevole, si dorme tranquilli, si è felici di recarsi a lavoro, si produce di più e con maggiore qualità di risultato.
Il legante che genera la coesione è il direttore!

Ogni membro ha il suo importante ruolo ma è uno e solo uno colui che conduce ... specialmente durante un incontro!
Una riunione senza conduttore non raggiunge lo scopo: il conduttore è la figura chiave poiché è l'unico, data la sua posizione, che può dare e togliere la parola ai presenti nel rispetto del tempo da impiegare per raggiungere una conclusione. Il conduttore può anche essere un delegato del direttore ma affinché il suo ruolo sia da tutti riconosciuto occorre necessariamente che lo stesso direttore abbia reso pubblica la delega incluso i "poteri" che essa trasferisce. Se manca questo aspetto il conduttore non può condurre la riunione.

Alcuni soggetti sono dei grandi oratori e sarebbero in grado di andare avanti per ore ed ore a parlare dei loro argomenti occupando tutto il tempo dell'incontro. Nell'ambito di una riunione:

  • se tali soggetti fossero i direttori: il progetto non andrebbe avanti correttamente
  • se fossero i conduttori: non avrebbe senso riunirsi
  • se fosse una o più risorse: il direttore/conduttore dovrebbe prontamente intervenire

IN GENERALE (e fatti salvi casi particolari) QUANDO LA PAROLA E' CONCESSA, OCCORRE STARE NEI 3 MASSIMO 5 MINUTI DI ESPOSIZIONE!!!
Chi non mantiene questo limite è da ritenersi irrispettoso nei confronti degli altri.

martedì 15 aprile 2014

La leadership creativa


Di recente ho letto un articolo pubblicato da Fior di Risorse - organizzazione che si definisce "un gruppo di aggregazione dei decision maker"- circa "La leadership creativa". Si tratta di una intervista a Laura Barbero Switalsky, docente presso l'International Centre of Studies in Creativity al Buffalo State College (N.Y.) nonché professionista impegnata nella consulenza alla crescita ed evoluzione delle organizzazioni in qualità di Partner di Darwing Assoc di Buffalo.

L'intervista è un "botta risposta" a delle domande chiave che ben descrivono quando un leader è (o viene intercettato come) tale e quali sono i giusti strumenti per dar forma a progetti partendo dalla creatività "indotta". Mi si conceda quest'ultimo attributo in quanto fra le righe dell'articolo si deduce che quanto più un leader riesce a trasferire al suo team (attraverso l'uso di più mezzi) la propria capacità creativa, tanto più la sua posizione si definisce e viene riconosciuta come guida.
Naturalmente non è sempre semplice "guidare" e dare l'esempio -ci vuole tantissimo autocontrollo ed enormi capacità di lettura critica del proprio operato in un'ottica di miglioramento continuo!- ma Laura spiega in poche parole i trucchi per non fallire.

Buona lettura!

sabato 31 agosto 2013

Scopo non raggiunto non vuol dire sconfitta

Perché abbiamo la tendenza ad affrontare imprese impossibili? Per oltrepassare i limiti, scoprire, crescere, misurarsi, rivelare, dimostrare, avvalorare un credo.

Per nostra natura non accettiamo di essere infallibili: non accettiamo la sconfitta. Un progetto infatti nasce con la convinzione che lo scopo possa essere raggiunto. Raggiungendo l'apparentemente irraggiungibile dimostriamo che quelli che sembravano limiti in realtà non lo erano. Colui che riesce a realizzare quello che altri non sono stati in grado di fare rivela la nostra supremazia di genere -e spesso a costo di enormi perdite! Pertanto lo scopo di un progetto non è detto che sia irraggiungibile se alla prima prova risulta essere non realizzabile.

Anche io ho fortemente creduto in progetti che nella mia testa erano fattibili, ma condizioni al contorno non favorevoli non ne hanno permesso la realizzazione. Credulità del principiante?...No! era forte convinzione e volontà!

Però, nonostante il mancato raggiungimento dello scopo, ogni progetto porta dei benefici -talvolta non ben misurabili- che si chiamano esperienza e che accrescono la conoscenza (ciò che alcuni chiamano "arsenale").

I progetti successivi aventi stesso scopo, riusciranno proprio in virtù della combinazione di:
  • conoscenze
  • esperienze
  • volontà
  • situazioni favorevoli
Se anche solo uno di questi fattori venisse meno, lo scopo finale non sarebbe perseguibile.

Ho portato avanti un progetto in cui ero accompagnato da persone che credevano in me, che credevano nell'obiettivo e che erano disposte anche loro a sacrifici pur di vederlo realizzato. Abbiamo insieme attraversato difficoltà ed ho contribuito a dare le spinte per proseguire. Ma questo non sarebbe potuto accadere se le persone vicino a me non avessero creduto, accettato e condiviso la mia visione. Questa è la componente di volontà.
Purtroppo situazioni fortemente sfavorevoli e continuative hanno fatto si che il progetto non potesse essere portato a termine. Ho ascoltato attentamente le stesse persone con le quali cominciammo il cammino ed ho rivalutato la reale fattibilità del progetto, cambiando il punto di vista. Questa è la componente di esperienza di "gioco di squadra".
Dalle nuove analisi, ho visto anche io che la strada non era più percorribile, quindi ho condiviso l'ipotesi di interrompere il progetto. Questa è la componente di conoscenza frutto dei trascorsi -e consapevolezza!.

Benefici della fine? Arsenale notevolmente aumentato! ovvero: il primo esempio di amore per un progetto infattibile, non è quello che scoraggia i successivi ma è ciò che li rende più perfetti.

venerdì 23 agosto 2013

Un positivo fallimento

Per diverso tempo mi sono riunito con un gruppo di colleghi. Discutevamo e ci confrontavamo sui problemi legati alla nostra professione. Sfruttando l'occasione delle recenti elezioni per il rinnovo del Consiglio dell'Ordine degli Architetti, abbiamo deciso di dare visibilità al nostro gruppo candidandoci. Lo scopo iniziale era quello di creare una coscienza critica nei colleghi e sensibilizzarli affinché si divulgasse la nostra intenzione di generare e sviluppare un progetto associativo finalizzato alla soluzione concreta di problemi professionali. Pertanto l'obiettivo non era tanto la vittoria elettorale quanto invece la ricerca di professionisti che condividessero il nostro progetto.

L'idea iniziale non era del tutto sbagliata, ritenevo però errato il candidarsi per avere voce. Il mezzo più idoneo ed efficace per ricevere consensi al nostro progetto -considerando il budget disponibile pari a zero- sarebbe stato il web, ma passando attraverso il canale istituzionale dedicato alle elezioni avremmo percorso una strada diversa da quella corretta e quindi avremmo rischiato di dare una immagine del nostro progetto sbagliata. Insomma, ritenevo che non era quella l'occasione giusta -queste erano le mie valutazioni durante i nostri incontri di gruppo. Dato però che la regola di base che ci eravamo prefissati -regola non scritta ma sottintesa poiché ritenuta apoteosi della correttezza- era portare avanti l'intenzione della maggioranza, aderii alla candidatura.

Ero cosciente che la corsa alla vittoria sarebbe stata difficilissima (per non dire impossibile) dati i seguenti fondamentali punti:
1- un programma sviluppato per un progetto associativo e non per un Consiglio dell'Ordine (occorreva adesso rivisitarlo e "tradurlo" in chiave elettorale)
2- un turn-over molto alto del team (le risorse "fisse" si contavano in una mano; quelle "mobili" erano in continuo rinnovamento; fu permesso ad elementi "esterni" di uscire ed entrare nel gruppo -nonostante la corsa che stavamo facendo- dandogli anche la possibilità di modificare il corso dei nostri tentativi di pianificazione)
3- mancanza di un leader (chi lo avrebbe dovuto fare non si sentiva tale; chi si proponeva non veniva percepito come tale)
4- mancanza di un pensiero comune data l'assenza di un piano
5- mancanza di una strategia (ho riscontrato che per molti la "strategia" è un concetto difficile da sposare ... mi chiedo come possano riuscire progetti buoni senza!)
6- difficoltà nel lavoro di squadra
7- difficoltà nel riunirci tutti insieme in un unico luogo nello stesso momento
8- mancanza di regole interne di reportistica degli incontri (ognuno scriveva per sé -quei pochi che lo facevano!; pochi prendevano atto dei sunti degli incontri divulgati; la maggior parte erano vaccinati a ricoprire il ruolo di Segretario)
9- mancanza di una agenda (non essendoci un leader né un segretario, i diversi incontri vertevano di frequente sempre sugli stessi aspetti -che venivano poco sviluppati dato che dovevano essere di volta in volta ri-spiegati alle new entries. Invece altri punti, pur importanti, sono stati solo marginalmente affrontati o esclusi del tutto)
10- cambi repentini di programma: "non diciamo più questo ma evidenziamo quest'altro", oppure "ho visto che gli altri hanno fatto così, allora anche noi dobbiamo fare così", oppure anche "mi ha scritto X dicendomi Y, allora dobbiamo integrare i nostri discorsi in risposta a...", oppure ancora "dividiamoci in due gruppi per avere più tempo per parlare quando sarà il momento", ed infine "ci candidiamo davvero per il ruolo, anziché solo per divulgare il nostro pensiero di progetto associativo" (quest'ultimo è uno sbagliatissimo cambio di obiettivo in corsa: sono principalmente queste le cose che fanno fallire i progetti!!!)

Per questi motivi -ed altri- più volte ho pensato di dare forfait convinto che il risultato dei nostri sforzi ci avrebbe regalato un esito esattamente contrario alle intenzioni iniziali. Mi chiedo io stesso perché ho impiegato le mie energie in una cosa in cui non ero del tutto convinto. La risposta è semplice: volevo vedere le difficoltà legate ad un progetto di questo tipo, i problemi che ne sarebbero sorti e soprattutto il risultato che avremmo ottenuto.

Ma ci sono stati anche aspetti positivi! Per esempio la gestione del tempo. Il tempo dei nostri incontri, sempre piuttosto limitato, è stato gestito -ahimè solo verso la fine della nostra corsa- in maniera tale da ripartirlo omogeneamente fra quanti eravamo: 3 minuti di parola a testa. In questo modo abbiamo dato la possibilità a tutti di parlare (anche questo è Time Management!). Piccolo inconveniente: (non essendoci un leader...) nessuno mai voleva rispettare un time out -l'ora di chiusura- per cui quei 10 minuti finali tanto preziosi per fare il super sunto non sono stai mai considerati. Quindi ... di cosa abbiamo parlato? :)
Un altro dato sicuramente positivo fu quello di dare, durante gli incontri di confronto con gli altri candidati, una immagine di gruppo unito: eravamo sempre insieme e solo in rarissime occasioni abbiamo perso gli incontri organizzati dall'Ordine e dedicati alle elezioni. Questo aspetto, non di secondaria importanza, ci permise di essere contattati per valutare una sorta di proposta di "alleanza"-cosa che a mio avviso avremmo dovuto sfruttare.

Da un'esperienza di questo tipo ritengo di aver appreso molto. Ci sono stati tanti fatti che mi hanno aperto gli occhi e la mente su aspetti che prima non avevo mai colto (come si dice ..." buono a sapersi!"). Il tema particolare e le difficoltà riscontrate, sono a mio avviso facilmente gestibili applicando delle basilari regole iniziali. Più gli attori coinvolti conoscono il significato di lavorare in squadra, più sarà semplice creare e rispettare regole (... di buon senso!). Inoltre, il leader ... fondamentale sempre e ovunque! Purtroppo non basta imporsi di rispettare la volontà di tutti per trovare  il bene comune come risultante, perché ci saranno sempre delle versioni contrastanti -se pur valide- che freneranno il corso di un progetto. Il leader è colui che tirando le redini fa il punto nave e guida il gruppo verso la giusta direzione. Un gruppo che manca di una guida si scioglie.
Motivi di lavoro mi hanno costretto a non poter più frequentare il gruppo, ma sebbene nessuno di noi sia diventato consigliere, le elezioni sono andate piuttosto bene: alcuni hanno preso anche molti voti!
Di sicuro il gruppo ha avuto la visibilità che cercava ... quindi direi missione riuscita! :)

sabato 1 giugno 2013

Il Gruppo: lavorarci conoscendone i componenti


Un incontro deve essere occasione di accrescimento. Chi non lo legge come tale ma rimane delle sue idee allora deve imparare a capire come lavorare in gruppo.
Lavorare in gruppo significa sviluppare le proprie capacità di ascolto, elaborazione comparata e sintesi. Se anche una di queste tre fasi viene disattesa occorre esercitarsi per poter essere davvero parte attiva in un confronto. Per esercitarsi al lavoro di gruppo occorre frequentazione.

Esistono più tipi di soggetti in un gruppo. Ciò che li accomuna è che condividono uno stesso scopo ma soprattutto hanno più punti di incontro (... che non vuol dire che si trovano su tutto!). I tipi di soggetti all'interno di un gruppo in generale sono:
1. l'attivo:
è l'anima del gruppo. Senza di lui il gruppo non riuscirebbe né ad iniziare né a completare nessun progetto. L'attivo è propositivo ed il suo intervento permette continuità e sviluppo delle attività.
2. il vecchio silente:
è l'habitué e frequenta per piacere di appartenenza. Non partecipa attivamente e non è a prima vista propositivo però è una figura importante poiché ha imparato a saper leggere le "dinamiche" del gruppo. Conosce il peso di ogni partecipante. Può dare un giudizio (... se dotato di obiettività!). Quando invitato ad esprimersi, può riportare il gruppo nella direzione iniziale di un tema ... direzione che talvolta si perde! 
3. il nuovo silente:
è la new entry. All'inizio rimane in ascolto e valuta la bontà del gruppo. Se torna agli incontri, rimanendo nella sua posizione di ascoltatore, sta facendo training ed è quindi da considerarsi la risorsa più importante poiché interagirà con più coscienza successivamente (... si spera!).
4. l'attivo nuovo:
è colui che è stato invitato nel gruppo perché sono state in lui riconosciute delle capacità. E' invitato a confrontarsi -solitamente per il suo campo di azione. E' propositivo e proattivo. E' una figura chiave ed al contempo molto pericolosa: se le sue capacità sono troppo "forti" può destabilizzare un equilibrio. Pertanto, almeno all'inizio della sua partecipazione, sarebbe bene misurarne gli interventi per evitare che prenda il sopravvento.
5. l'attivo nuovo guastatore:
è colui che è stato invitato per capacità e prende subito parte attiva ma ascolta il pensiero degli altri  senza elaborarlo, quindi finge di ascoltare. Se il gruppo ne vuole sfruttare le capacità (se è stato invitato ci sarà un perché!) occorre subito metterlo in guardia: "Alt, o con noi o contro noi!". L'attivo nuovo guastatore dovrebbe riflettere, una volta provato ad ascoltare il gruppo, sul perché ha accettato di partecipare. Il rischio di tali presenze nel gruppo è che essi non permettono di fare passi in avanti.
6. il leader
Esistono molte tecniche per rendere efficace il lavoro di gruppo ma tutte hanno una cosa in comune: se il gruppo non ha un leader allora i suoi propositi sono tutti vani. Il leader in un gruppo è, inizialmente, colui che ha costituito il gruppo stesso, ovvero la persona che ha invitato altri ad incontrarsi mosso da una intuizione. Successivamente le dinamiche degli incontri rendono evidenti alcuni soggetti: essi sono riconosciuti come ruoli chiave. Capita che la leadership viene ceduta -o anche persa- a favore di un soggetto chiave. Pertanto un leader diventa tale o "per posizione" (es. è il fautore del gruppo) o "per capacità" (es. chi viene riconosciuto dagli altri come "capace di..."). I gruppi che hanno un leader per capacità (anche detto "leader naturale") sono quelli che avranno lunga vita ed i cui lavori saranno efficaci e ricordati. Rimando ad un post già composto per evidenziare quali capacità occorre avere per essere un leader memorabile. E' anche vero che sono le doti innate che fanno la differenza fra un leader e l'altro: il training non basta!. Un leader sa come dirigere il gruppo verso la costruzione di un progetto e come rendere il progetto vincente. Chiaramente due galli in un pollaio non ci possono stare, ergo: non possono esistere due leader di pari grado all'interno di un gruppo.

Il gruppo per continuare a vivere deve essere sempre stimolato. Per esempio la EggOn Strategy è una tecnica di intervento sul lavoro di gruppo che suggerisce come e quando operare. Il leader è il preposto ad applicare tale pratica, ma spesso accade che anche i soggetti attivi la esercitino. Tutto va a vantaggio del risultato finale del lavoro del gruppo, quindi da chiunque partano gli stimoli -supposto che siano positivi- va sempre bene.

Conoscere i ruoli all'interno di un gruppo -e saperli intercettare- aiuta a capire quali progetti possono essere portati avanti e quali invece sono da scartare. Un gruppo infatti potrebbe essere incompleto per alcuni lavori ma non per altri! Il saper riconoscere le caratteristiche dei componenti -da parte di un leader- ed il sapersi riconoscere in uno di essi serve ad aumentare la consapevolezza del proprio ruolo. Pertanto lavorare in gruppo aiuta anche a misurarsi. In una logica KayZen, direi che il gruppo ci permette di migliorare. Spetta a noi sfruttare l'occasione!

domenica 19 maggio 2013

Le giuste regole per scrivere un Report

Nella professione -ma anche nella vita privata- per fermare nel tempo delle informazioni ci appuntiamo delle parole chiave. Non esiste un metodo per scrivere delle note: ognuno ha il suo! Ma se dobbiamo comunicare ad altri occorre trasferire le informazioni apprese seguendo delle regole. Si tratta di regole di buon senso più che di applicazione di "assiomi matematici". Le regole da seguire sono poche e basilari:
- chiarezza
- semplicità
- completezza dei dati
- sinteticità
Quanto più semplice e chiaro è ciò che scriviamo, tanto più efficace sarà il nostro intento di trasferire informazioni. Gli anglofoni usano un acronimo molto simpatico per sintetizzare una regola di massima: K.I.S.S. cioè Keep It Simple Stupid, ovvero "fai le cose a prova di stupido!". Per rendere ancora meglio il concetto: quando si emette un documento chiunque deve capire!

Dico questo perché spesso mi è capitato di leggere documenti che non essendo completi, risultavano non comprensibili. I documenti sono importantissimi per poter proseguire un lavoro o per apprendere quante più informazioni possibili per cominciarne uno nuovo. Pertanto la chiarezza di un documento è fondamentale.

La completezza di un documento è costituita non solo da una descrizione accurata e sintetica ma anche da come viene "inquadrato" un documento. Inquadrare significa riportare tutte le necessarie coordinate che permettono il lettore di capire chi scrive, perché scrive, quando ha scritto ed in virtù di quale diritto ha scritto. Odio quei documenti che pur avendo tutti i dati mancano di un nome e cognome alla fine del testo, come se il documento si fosse autogenerato dalla scrivania e fosse partito da solo.

Il report è una relazione. In esso si devono riportare tutte le informazioni fondamentali di un fatto o argomento. Tali informazioni devono essere riportate in maniera obiettiva. Chi lo scrive deve svestire gli abiti del presente alla riunione/incontro/fatto e vestire quelli di chi non era presente ma deve apprendere le stesse informazioni. Per inquadrare in maniera corretta un report in esso bisogna riportare:

  1. coordinate dell'autore
  2. coordinate dell'ufficio/azienda/organizzazione/gruppo/circolo/ecc scrivente
  3. coordinate del destinatario
  4. luogo dove è stato scritto
  5. data di scrittura (non di quella in cui si pensa venga spedito!!!)
  6. coordinate della commessa (se si tratta di un report relativo ad un lavoro)
  7. nominativi dei presenti (divisi per competenze: es. per il cliente: Tizio Caio, Mario Rossi; per lo scrivente: Numa Pompilio, Nino Bixio)
  8. riferimenti di precedenti documenti/email/ecc (se ci sono)
  9. allegati (se ci sono riferimenti, per chiarezza è corretto allegarli)
  10. oggetto (che deve essere SINTETICO, ovvero composto massimo da 5/6 termini!)
  11. testo
  12. firma dello scrivente
In particolare mi soffermo sul dettaglio di alcuni punti in quanto noto che gli errori più comuni -e che rendono la comunicazione poco chiara- sono quasi sempre gli stessi. 

- COORDINATE DELL'AUTORE: nome e cognome, meglio evitare titoli accademici ma limitarsi a Sig./Sig.ra/Sig.na (nb: il titolo di Signore/Signora è in realtà il più alto titolo!), email, telefoni

- COORDINATE DELL'UFFICIO/AZIENDA/ORGANIZZAZIONE/... SCRIVENTE: se a scrivere il report è una organizzazione allora il supporto dovrà essere carta intestata. In tal caso basterà scrivere le coordinate dell'Ufficio scrivente (quindi anche del Reparto). Se invece è una persona o gruppo non dotato di carta intesta, allora basterà specificare tutti i dati (es. Gruppo XYZ di Milano, sito web) affinché il lettore possa un domani rintracciarlo e quindi risalire all'autore.

- ALLEGATI: se ci sono devono essere elencati, battezzati (es. allegato A, B,C,...) e numerati

- OGGETTO: è il titolo del report, non l'inizio del suo contenuto! Deve descrivere in pochissimi termini di cosa tratta il contenuto del report (es1. Minuta meeting del 17 Aprile 2009; es2. Circa richiesta del cliente del 24 Novembre 2011). Da esso il lettore deve subito capire di cosa parla il report.

- TESTO: .... avete 45 giorni di tempo per proseguire la lettura? :) ... ok ... in maniera estremamente sintetica elenco cosa il testo di un report deve contenere. I punti da sviluppare sono 5:

  • abstract: in pochissime righe (5/6) si scrivono tutti gli argomenti trattati ed il perché sono stati affrontati, l'elenco degli obiettivi di partenza, le soluzioni per perseguirli, conseguenze e conclusioni 
  • obiettivi: si ri-elencano gli obiettivi fissati secondo un ordine di priorità e si descrive adesso il perché della loro scelta
  • strategie: si descrive per ogni obiettivo come si è deciso di operare -o abbiamo operato- per il suo raggiungimento 
  • strumenti: si descrive quali strumenti utilizzeremo -o abbiamo utilizzato- per realizzare la strategia
  • conclusioni: si riprendono le conclusioni già elencate nell'abstract e si specifica su ognuna di esse facendo evidenti eventuali conseguenze e spiegandone i perché.


Per facilitare lo sviluppo di un Report consiglio di crearsi un form ed adottare sempre quello per scrivere. Consiglio anche di dividerlo in aree in modo da completarle di volta in volta. La difficoltà è essere sintetici, ma quella si acquisisce col tempo e con l'esperienza.

Di sicuro chi non rende un documento chiaro e completo evidenzia due cose: o che non vuole trasferire le informazioni, o che non ha ben appreso quanto vuole cercare di trasferire. Ma se così fosse ... cosa scrive a fare?? ... e se poi non è neanche firmato, a chi dico "era meglio se non scrivevi!"?

domenica 5 maggio 2013

Time Management: tecniche o svago?


Il Time Management è l'atto di pianificazione del tempo. Esso è funzione di tutte le attività necessarie per portare a compimento un progetto e ne determina il tempo di completamento. Se la gestione del tempo non fosse programmata, non si potrebbe:
- dare delle priorità
- fare valutazioni sulle risorse impiegate e da impiegare
- calcolare il budget relativo ad ogni operazione
- fare valutazioni sugli investimenti possibili
- raggiungere i target intermedi e quindi finali

Il Time Management è in sostanza un'arte: se si sa come realizzare l'opera allora tutto fila liscio (poiché i tempi stabiliti saranno congruenti con la realtà), ma se invece si improvvisano tempistiche allora si complicheranno le cose a chi dovrà effettuare delle operazioni successive e quindi il rischio altissimo di fallimento sarà concreto (fallire vuol dire azzerare il margine o andare sotto!...inteso?!?).


Gestire il tempo vuol dire quindi avere chiaro il quadro della situazione attuale per poter fare previsioni future. Ogni attività (dal laboratorio di falegnameria all'industria di commercio food, dal casinò all'organizzazione internazionale di spostamento medicinali) ha il suo proprio modo di gestire e programmare il tempo. Esistono tanti metodi e strumenti per definire quale operazione/progetto è il più importante e quindi come e dove spostare il baricentro della propria attività per far si che tutto comunque fili liscio (o almeno cercare di ...). 


Per gestire il tempo vengono in aiuto delle tecniche. Secondo il metodo 80-20-rule -meglio conosciuto come "Analisi di Pareto"- l'80% delle attività possono essere completate nel 20% del tempo disponibile. Il tempo restante (quindi l'80% del tempo stimato) sarà impiegato per ultimare il progetto (quindi il 20% del lavoro) [per aiuto, data l'estrema sintesi, ho evidenziato con stesso colore stessi fattori: tempo e lavoro]. Forti delle nostre conoscenze, gestiamo il nostro lavoro restituendolo in forma grafico-schematica.


Stendere un cronoprogramma è quindi fondamentale per la riuscita. Esso può essere più o meno complicato -dipende chiaramente dal tipo di progetto! Ma sicuramente difficile è includere un unico cronoprogramma tutti i progetti che si stanno conducendo. A quale dare la priorità? Anche in questo esistono sistemi che ci aiutano, ma la migliore cosa è sempre e comunque carta e penna prima di "perdere tempo" in superpapiri da plottare.


Una situazione reale evidenzia l'importanza del rispetto delle tempistiche in tutti i loro aspetti. 
Supponiamo di aver preso un lavoro e quindi di aver stilato un contratto col cliente. Mettiamo che siano stabilite delle tempistiche in funzione delle necessità (le tempistiche saranno voci contrattuali dunque stese in concerto). Ebbene, le tempistiche riguardano scadenze per consegne di tipo:
  • strategico-progettuali (ovvero analisi e proposte dei progetti)
  • tecnico-progettuali (ovvero modifiche ed integrazioni al progetto scelto e suo sviluppo tecnico)
  • tecnico-operative (ovvero la realizzazione fisica di un qualcosa)
  • amministrativo-finanziarie (ovvero definizione della fatturazione con un suo calendario)
Una volta definiti tutti questi punti si comincia tutti a remare! Mi soffermo sull'ultimo punto: le scadenze amministrativo-finanziarie. Dato che ogni punto è funzione di lavorazioni, l'aspetto amministrativo-finanziario è particolarmente "sentito" in quanto permette ad un'impresa di poter svolgere il lavoro ed al cliente di poter avere ciò che chiede. Talvolta però capita che le scadenze abbiano dei ritardi: se rientrano in limiti accettabili si può anche chiudere un occhio, ma se cominciano ad avere un peso sulle finanze allora una sola scadenza non rispettata compromette l'intero proseguo del progetto. Quando poi il mancato rispetto delle scadenze va oltre il buon senso raggiungendo l'irrazionalità, un'attività degenera in fallimento. 
Il Time Management male applicato -alle finanze- porta anche a questo!

Chiudo allora con una riflessione che però è una domanda: perché mai il Time Management deve essere per un professionista un must e per un cliente un optional?

venerdì 3 maggio 2013

Un evergreen: lavoro e moniti altisonanti


In occasione del 1 Maggio tutti hanno qualcosa da dire circa il lavoro. Le difficoltà nel trovarlo e quelle del tenerselo stretto sono un evergreen. Anche "Francesco Papa" ne ha parlato durante l'udienza generale in Vaticano per la festa di San Giovanni Lavoratore. Lui (il Papa) dice "Penso a quanti sono disoccupati, molte volte a causa di una concezione economicistica della società che cerca il profitto egoista al di fuori dei parametri della giustizia sociale" poi chiede alla politica di fare uno sforzo per risolvere il problema dell'occupazione.

Una risposta arriva subito dal mondo politico, seppur limitata ad un segmento del tema, con una lista di chiarimenti circa la nuova riforma del lavoro (vedi L. 92/2012 al secolo Legge Fornero). In un articolo pubblicato su Legislazione Tecnica dal titolo Chiarimenti sul lavoro a progetto e sulla responsabilità solidale negli appalti questi "chiarimenti" evidenziano in realtà che ci sono ancora molti lati oscuri ed ancora molte cose da chiarire!

Sulla scia della "sveglia" papale ognuno di sua competenza si mobilita ... ed al contempo trova spunto per occupare le proprie giornate. Ad esempio, per quanto riguarda delle carenze che non dovranno più esistere nell'edilizia scolastica italiana ci pensa il MIUR. In un articolo scritto da Eleonora Carrano pubblicato su Il Fatto Quotidiano e dal titolo "MIUR e le linee guida disarmanti per l'architettura scolastica" viene bene descritto l'attuale stato di fatto cui vertono le nostre scuole e verso dove andremo ... nel rispetto delle nuove linee guida. Eleonora chiude il suo articolo evidenziando che il nostro mondo politico-istituzionale altro non fa che dire (corrette) banalità perpetuando la pratica, ormai conclamata, di riempire di parole quasi incomprensibili leggi, leggette e norme che stringi stringi non dicono niente ... anzi ingarbugliano la matassa. Insomma, poche idee ma confuse!
Dai ragazzi....ringraziamo i nostri politici per averci ancora una volta regalato a gratis (mica tanto gratis!!!) delle pillole si saggezza.

A mio avviso il vero problema (italiano) da risolvere, e adesso torno sulle parole del Pontefice, è che il lavoro non si basa sul profitto a tutti i costi, ma sul fare le cose bene nel rispetto di tutti gli attori coinvolti. Per questo ripropongo un post che già scrissi e che davvero è un evergreen: Outsourcing to save time? Outsourcing to make money?
Si potrebbe risparmiare un sacco di tempo, di belle parole e di denaro buttato fuori dalla finestra -mi chiedo quanto tempo passano i legislatori solo a scrivere pagine e pagine di belle parole- se mettessimo buon senso in tutte le cose!



domenica 21 aprile 2013

Condivisione: lavorare di meno per guadagnare di più


Le realtà organizzate sono costituite dal fatto che presentano delle strutture -talvolta complesse- per la gestione delle attività. Le strutture sono frutto della pianificazione che viene progettata a monte, ovvero sono l'espressione di una direzione e volontà manifestata dal board. Affinché il lavoro sia controllato nei minimi dettagli e verificabile in ogni momento, vengono pianificati e resi assiomatici dei processi e delle procedure. Tali operazioni sono adottate e rese operative da ogni dipartimento/reparto/ufficio/unità e costituiscono di fatto il cuore dell'organizzazione, poiché è attraverso la loro applicazione che il motore dell'impresa funziona. La risultante del lavoro svolto dall'unità base dell'organizzazione, essendo essa una componente fondamentale di tutto il circuito, comporta l'attribuzione di dati essenziali all'ufficio, quindi al reparto, quindi al dipartimento di competenza, quindi al board. Tali dati possono contribuire (nel bene o nel male) a sostanziali modifiche di tutto il sistema in quanto la loro valenza è il misuratore attraverso il quale il board verifica l'efficacia del lavoro svolto e (ri)pianifica le direzioni da seguire. Pertanto risulta evidente che la bontà del lavoro svolto da ogni singola risorsa all'interno di una organizzazione ha come diretta conseguenza un beneficio per la stessa organizzazione ... la quale potrà applicare premi!
Il ciclo descritto è così sintetizzato:
- il board di una organizzazione pianifica e stabilisce delle direzioni da seguire
- le direzioni vengono trasferite a cascata in funzione delle competenze
- ogni ufficio si regola per applicare le direzioni
- ogni risorsa gestisce il proprio lavoro (autonomamente)
- il dato elaborato dalla risorsa, fa il percorso inverso e torna al board
- il board (ri)pianifica e ... ricomincia il giro

Negli uffici, si sa!, esistono dei conflitti fra le risorse. I conflitti non giovano all'organizzazione, ed in presenza di essi non esistono né benefici né premi. Quindi la cosa migliore è evitarli e perciò eliminarli al loro nascere. Per fare ciò occorre che tutte -e dico tutte!!!!- le risorse siano coscienti che il loro contributo è fondamentale e che vengano edotti del fatto che quanto più il loro lavoro è buono, tanto più grande sarà la risposta dell'impresa (ma non solo a parole...anche a fatti!).


Ma torniamo sul dato elaborato dalla singola risorsa. Da quando gli viene assegnato un compito fino alla riunione stabilita dal responsabile dell'ufficio, la singola risorsa avrà modo di svolgere il suo lavoro. Molte persone sono abilissime nel riuscire a focalizzare subito il dato richiesto concentrando il proprio lavoro solo e soltanto sull'elaborazione di alcune variabili, escludendone immediatamente altre. Per non perdere tempo, sviluppano in solitario degli applicativi, dei fogli di calcolo, delle mini-piattaforme ed il gioco è fatto. Il resto del tempo può essere impiegato in altre attività (...lascio libera interpretazione). Il responsabile dell'ufficio apprende in sede di riunione le info rintracciate dalla singola risorsa e, a fine meeting, le elabora per il passaggio successivo. Ma non è mai venuto in mente a nessuno che lo strumento con il quale la singola risorsa estrapola un dato potrebbe essere di estremo aiuto anche per il responsabile dell'ufficio....che guadagnerebbe tempo a beneficio dell'organizzazione tutta? Ergo -seguendo il ragionamento di apertura- l'ufficio tutto potrebbe ricavarne vantaggio e la risorsa "generatrice" pure.

Le domande che mi pongo sono:
1- perché alcune risorse (in genere la maggior parte!) non condividono spontaneamente o tengono nascosti i loro personali form?
2- perché le risorse (tutte!) non sanno che rendendo un loro documento/form/etc condiviso loro stessi accrescono la loro reputazione?
3- perché le risorse non sentono proprio il beneficio che l'organizzazione ottiene con un buon loro lavoro?

In realtà le risposte le conosco e anche bene! Così come le conosciamo tutti!!! Allora cosa aspettiamo?!? ....basta applicare più spirito di squadra, risolvere i problemi tutti insieme e non lasciare colleghi isolati. Bisogna lavorare con felicità e coscienti che migliore è il nostro personale lavoro, maggiore sarà il beneficio.
Dall'altro lato occorre però anche che il riconoscimento del buon lavoro si trasformi in fatti concreti e non solo in pacche sulle spalle!!....la gente ne ha le spalle piene! :)