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lunedì 29 agosto 2016

#Italia #sisma #2016 #Cupoladibrunelleschi #praticaedilizia


Il 23 Settembre 1453 Firenze subì un terremoto così forte che, secondo quanto riporta Giovanni Chellini da San Miniato nelle sue memorie, fece crollare diversi immobili e riversare per le strade la gente impaurita.
Filippo Brunelleschi (1377-1446) era morto da qualche anno. Il grosso della sua cupola era fatto, ma ancora doveva essere realizzata la lanterna di coronamento (finita nel 1471) e che secondo alcune teorie è l'elemento attraverso il quale si completa la "antisismicità" dell'opera.
Altro terremoto importante a Firenze e nelle zone limitrofe -e per il quale si contarono anche vittime- ci fu nel 1895. Molti edifici subirono danni ma la Cupola del Brunelleschi (che ad oggi rimane ancora la cupola in muratura più grande mai costruita) rimase su. Come mai?
Ci sono tante risposte ma sicuramente le più importanti sono che la Cupola del Brunelleschi è costituita da strutture intelaiate, materiali leggeri, è un organismo che nel suo complesso risulta essere un sistema elastico, ci sono rinforzi strutturali in punti strategici per lo scarico delle tensioni, ma soprattutto  la sua realizzazione è legata a sapienza progettuale e sapienza costruttiva.

All'epoca, così come adesso, esistevano due tipi di edilizia: di base e specialistica.
Per edilizia di base di intendono abitazioni: case cittadine con piccole botteghe annesse oppure case di campagna -tipo coloniche- che erano vere e proprie fabbriche ma costruite in maniera molto semplice -pur nella loro complessità. Le stesse persone che abitavano tali edifici, li costruivano: pietra sopra pietra, travi e travetti, terracotta e leganti naturali.
Per edilizia specialistica si intendono tutti gli altri tipi di costruzioni: palazzi, castelli, ponti, fortificazioni, dighe, chiese, mercati, strade, ecc. Tali tipi di costruzioni venivano costruite da professionisti delle costruzioni, ovvero vere e proprie corporazioni costituite da persone che avevano dedicato la propria vita alle costruzioni (per tradizione familiare o per studi o per "ordine religioso"). Anche in questi casi si ha una costruzione attraverso la formula pietra su pietra, travi e travetti, terracotta e leganti, ma la differenza sta nel fatto che la pratica e la tradizione lavorativa dei professionisti delle costruzioni gli hanno permesso di realizzare strutture importanti studiando e conoscendo le condizioni al contorno (il terreno, le stagioni, l'orientamento, ecc), le capacità dei materiali (diversi tipi di pietra, essenze di legno, loro corretta estrazione e lavorazione), la statica delle strutture (creazioni di capriate e volte, solai con luci notevoli, ecc), un corretto uso dei materiali leganti (pozzolane, grasselli, ecc), una corretta manutenzione e tanto tanto altro. Sopra tutto questo sta il progetto di partenza di un edificio: quanto più corretto ed efficace risulta, tanto meglio vivibile e fruibile sarà.

Con la specializzazione abbiamo oggi raggiunto gradi notevoli di conoscenze e capacità costruttive.
Con la continua fame di soldi e inutilità varie (comprese le sovrabbondanti carte burocratiche che soddisfano la formula "più labirintici sono i passaggi, più facile è riuscire a prendere qualcosa") che alimentano corruzione e mala-pratica, stiamo invece cancellato millenni di buona pratica costruttiva.
I risultati sono sotto i nostri occhi: la cupola del Brunelleschi è ancora su nonostante due terremoti forti -e altri di minore entità- mentre edifici pubblici antisismici (o supposti tali) crollano quando invece dovrebbero stare su.

giovedì 17 marzo 2016

Questione di knowledge



Norme e leggi e regolamenti certo oggi non rendono facile il lavoro -poiché sembra che tutto si riduca ad essere documenti e fogli piuttosto che produrre bene e costruire bene (come ahimè una volta si faceva!....il Colosseo è ancora sù mentre i ponti di oggi vengono giù). Ma vediamo anche delle altre cause.


Nel post dal titolo "Pitture isolanti: una grande farsa?" di EMU Architetti (uno studio di professionisti appassionati e cosmopoliti, specializzati in temi di energetica e qualità del progetto/costruito ... e non solo!) vengono analizzati in modo scientifico i risultati dell'applicazione di alcuni prodotti proposti come "risolutori/salvatori". Le verifiche effettuate dimostrano che gli effetti risultanti dall'applicazione di tali prodotti non sono quelli divulgati. Molto male!!!
Se tecnici/operatori di settore leggessero questo articolo (forse) cambierebbero alcune loro opinioni, e se alcuni produttori/venditori fossero più sinceri/onesti avrebbero (forse) più mercato e di sicuro si salverebbero la faccia!

Mi chiedo se il punto della questione è solo marketing feroce oppure inconsapevolezza.

giovedì 4 giugno 2015

Archimarketing


Non so a quanto tempo fa risale il post che sto per evidenziare. I dati più aggiornati dei grafici in esso presenti risalgono al 2010 ma non credo che oggi (2015) i risultati siano cambiati.

Il blog che ho scoperto si chiama ArchiFetish ed è molto carino!
Il tema del post che invece evidenzio è Architettura e Marketing due cose che mi stanno particolarmente a cuore!

Non capisco ancora perché in Italia un professionista non abbia la piena libertà di fare un pò di pubblicità della sua attività. Oggi anche con pochi investimenti si possono avere discreti risultati nel web e la cosa potrebbe portare buoni risultati e far girare il meccanismo intricato del lavoro.

In una compagine come la nostra (italiana) dove a quanto pare ci sono 4 architetti ogni 10k abitanti, la comunicazione gioca un fattore importante per poter fare della propria professione ... una professione :)



venerdì 19 dicembre 2014

Potere Media(tico)


Arieccoci ... media media media ... una chiave!
Parafrasando la celebre "La pubblicità è l'anima del commercio" di Henry Ford, Marcello Marchesi - (1912-1978) comico, regista, sceneggiatore- ne "Il meglio del peggio" nel 1975 diceva "La pubblicità è il commercio dell'anima"... e aveva ragione!

Sul post di d.repubblica.it (webmagazine di attualità) dal titolo "40 pubblicità che ti lasciano a bocca aperta" ben si comprende il valore del messaggio pubblicitario quando combinato con una giusta immagine. Spesso di impatto, altre volte sottile, ma tutte le volte la pubblicità evoca significati che vanno anche oltre il prodotto, il brand e il tema che tratta, perché colpisce il cuore, i sentimenti, i sensi ... gioca ... gioca con l'imperfezione della natura umana!

Serve un codice etico? ... chi lo sa? L'obiettivo finale é sempre lo stesso: vendere!
Se da Henry Ford a oggi (e forse anche un lontano domani) per vendere un prodotto o fare grande un brand, le leve che si possono usare sono le stesse che vengono adottate per raggiungere i più profondi sentimenti, cosa ci può fare chi realizza pubblicità?

sabato 14 settembre 2013

Processo dell'elaborazione incrociata

Per natura tendiamo ad affidarci a persone di maggiore età. Il tempo presenta più tipi di situazioni, ognuna delle quali lascia una traccia nella memoria e la somma delle memorie costituisce ed aumenta l'esperienza. Fosse anche solo per questo, si spiega il perché in generale realtà -lavorative e non- cercano di affidare i ruoli chiave alle persone più "competenti", ovvero a quelle con più esperienza.
In generale questa sembra essere una regola non scritta (a parte particolari casi naturalmente!). Ma è vero in assoluto che la competenza si acquisisce col tempo e quindi con l'esperienza? E' solo l'esperienza che permette una elaborazione del piano corretta? Non sempre!
La logica attraverso la quale alcune realtà dirigono le loro scelte, usa come misuratore la capacità di elaborazione nel pensiero strategico. In particolare vengono selezionati coloro la cui capacità di sviluppo del processo di definizione della strategia è più completa. Tale processo riguarda tutti i settori, dalla capacità di relazionarsi a quella di sviluppare progetti, da quella di dirigere e decidere, a quella di comportarsi in pubblico. Ma sono anche incluse valutazioni di cose più semplici (apparentemente) come la capacità di graficizzare o schematizzare una serie di dati e sintetizzare. Questi sono tutti aspetti che possono essere misurati e che in ogni soggetto sono diversi. La personale capacità di miglioramento è una virtù che matura non con l'esperienza ma con l'abilità di sapersi "leggere" - che è frutto della maturità. Chi sa "leggersi" sa auto-misurarsi e riesce quindi anche a migliorarsi (tecniche Kaizen), chi invece manca di tale capacità deve ricorrere ad espedienti per raggiungere lo scopo. Elaborare un piano strategico risulta più semplice ed efficace quando il grado di auto-valutazione è alto. In sostanza, il mettersi sempre in dubbio comporta già di per sé un miglioramento nelle capacità di elaborazione.
In generale l'esperienza ci porta ad immagazzinare informazioni. In quest'ottica siamo come dei Quantum Computer con le gambe! Siamo infatti capaci di ricordare ed elaborare i ricordi. Ma se non si è abbastanza maturi per razionalizzare, metter in dubbio le proprie valutazioni e mettere correttamente a sistema la quantità di nozioni, informazioni e memorie che immagazziniamo, non siamo neanche capaci di elaborare un buon piano.

Di fatto il processo di elaborazione segue dei passaggi abbastanza comuni:
1. ogni esperienza ci insegna qualcosa (... anche studiare e comprendere una situazione da altri passata vuol dire immagazzinare una conoscenza quindi una esperienza!);
2. immagazziniamo informazioni legate a diversi contesti e situazioni;
3. all'avverarsi di analoghe situazioni già vissute la nostra mente tira fuori un dato dall'archivio;
4. tale dato viene elaborato e adattato alla nuova situazione;
5. la nostra capacità di ricordare eventi e situazioni fa si che la nuova elaborazione sia tale da eliminare potenziali condizioni sfavorevoli che si presentarono in passato (... anche se sono stati altri a subirle).
Da questo punto nasce la previsione. La capacità di prevedere permette di pianificare. Pertanto la successiva elaborazione dell'ultimo dato raggiunto porta ad un bivio (anche questo è "il dubbio"!):
A. pianificare una strategia che eviti gli errori emersi in passato?
oppure
B. pianificare una strategia che non incappi in nuovi errori?

La cosa più giusta sarebbe combinare le due valutazioni e quindi ottenere il "piano perfetto". In questa maniera saremo così sicuri di essere in una botte di ferro! Ma questo è vero? Decisamente no! Il più delle volte non è possibile mettere a sistema A e B ed ottenere un risultato C infallibile.
Questo è dovuto al fatto che tutti le menti pensanti ragionano secondo lo schema logico sopra descritto. E considerando che un piano è definito per ottenere uno scopo a cui non siamo i soli a tendere (i competitor sono sempre col coltello alla mano!), gli eventuali "nuovi fattori" che possono emergere -e che costituiscono il rischio sempre da valutare! (...altro dubbio) - non sono prevedibili.

Ecco perché l'elaborazione incrociata di A e B, propria della nostra struttura mentale, non sempre, anche nei casi di forte esperienza, porta ad una soluzione C univoca e corretta. L'intersecarsi di condizioni di vantaggio può infatti anche sfociare in un nuovo svantaggio.

Dunque a mio avviso, il processo di elaborazione incrociata porta ad un risultato corretto indipendentemente dal soggetto che definisce il piano. Tanti sono i casi di fallimento di piani definiti da Gran Master, e tanti altri sono i casi di completo successo di piani formulati da giovanissimi menti sconosciute. Solo questione di fortuna e sfortuna? No! direi piuttosto corrette valutazioni combinate e ... ok ... capacità di prendere al volo anche buone occasioni :)

domenica 5 maggio 2013

Time Management: tecniche o svago?


Il Time Management è l'atto di pianificazione del tempo. Esso è funzione di tutte le attività necessarie per portare a compimento un progetto e ne determina il tempo di completamento. Se la gestione del tempo non fosse programmata, non si potrebbe:
- dare delle priorità
- fare valutazioni sulle risorse impiegate e da impiegare
- calcolare il budget relativo ad ogni operazione
- fare valutazioni sugli investimenti possibili
- raggiungere i target intermedi e quindi finali

Il Time Management è in sostanza un'arte: se si sa come realizzare l'opera allora tutto fila liscio (poiché i tempi stabiliti saranno congruenti con la realtà), ma se invece si improvvisano tempistiche allora si complicheranno le cose a chi dovrà effettuare delle operazioni successive e quindi il rischio altissimo di fallimento sarà concreto (fallire vuol dire azzerare il margine o andare sotto!...inteso?!?).


Gestire il tempo vuol dire quindi avere chiaro il quadro della situazione attuale per poter fare previsioni future. Ogni attività (dal laboratorio di falegnameria all'industria di commercio food, dal casinò all'organizzazione internazionale di spostamento medicinali) ha il suo proprio modo di gestire e programmare il tempo. Esistono tanti metodi e strumenti per definire quale operazione/progetto è il più importante e quindi come e dove spostare il baricentro della propria attività per far si che tutto comunque fili liscio (o almeno cercare di ...). 


Per gestire il tempo vengono in aiuto delle tecniche. Secondo il metodo 80-20-rule -meglio conosciuto come "Analisi di Pareto"- l'80% delle attività possono essere completate nel 20% del tempo disponibile. Il tempo restante (quindi l'80% del tempo stimato) sarà impiegato per ultimare il progetto (quindi il 20% del lavoro) [per aiuto, data l'estrema sintesi, ho evidenziato con stesso colore stessi fattori: tempo e lavoro]. Forti delle nostre conoscenze, gestiamo il nostro lavoro restituendolo in forma grafico-schematica.


Stendere un cronoprogramma è quindi fondamentale per la riuscita. Esso può essere più o meno complicato -dipende chiaramente dal tipo di progetto! Ma sicuramente difficile è includere un unico cronoprogramma tutti i progetti che si stanno conducendo. A quale dare la priorità? Anche in questo esistono sistemi che ci aiutano, ma la migliore cosa è sempre e comunque carta e penna prima di "perdere tempo" in superpapiri da plottare.


Una situazione reale evidenzia l'importanza del rispetto delle tempistiche in tutti i loro aspetti. 
Supponiamo di aver preso un lavoro e quindi di aver stilato un contratto col cliente. Mettiamo che siano stabilite delle tempistiche in funzione delle necessità (le tempistiche saranno voci contrattuali dunque stese in concerto). Ebbene, le tempistiche riguardano scadenze per consegne di tipo:
  • strategico-progettuali (ovvero analisi e proposte dei progetti)
  • tecnico-progettuali (ovvero modifiche ed integrazioni al progetto scelto e suo sviluppo tecnico)
  • tecnico-operative (ovvero la realizzazione fisica di un qualcosa)
  • amministrativo-finanziarie (ovvero definizione della fatturazione con un suo calendario)
Una volta definiti tutti questi punti si comincia tutti a remare! Mi soffermo sull'ultimo punto: le scadenze amministrativo-finanziarie. Dato che ogni punto è funzione di lavorazioni, l'aspetto amministrativo-finanziario è particolarmente "sentito" in quanto permette ad un'impresa di poter svolgere il lavoro ed al cliente di poter avere ciò che chiede. Talvolta però capita che le scadenze abbiano dei ritardi: se rientrano in limiti accettabili si può anche chiudere un occhio, ma se cominciano ad avere un peso sulle finanze allora una sola scadenza non rispettata compromette l'intero proseguo del progetto. Quando poi il mancato rispetto delle scadenze va oltre il buon senso raggiungendo l'irrazionalità, un'attività degenera in fallimento. 
Il Time Management male applicato -alle finanze- porta anche a questo!

Chiudo allora con una riflessione che però è una domanda: perché mai il Time Management deve essere per un professionista un must e per un cliente un optional?

venerdì 3 maggio 2013

Un evergreen: lavoro e moniti altisonanti


In occasione del 1 Maggio tutti hanno qualcosa da dire circa il lavoro. Le difficoltà nel trovarlo e quelle del tenerselo stretto sono un evergreen. Anche "Francesco Papa" ne ha parlato durante l'udienza generale in Vaticano per la festa di San Giovanni Lavoratore. Lui (il Papa) dice "Penso a quanti sono disoccupati, molte volte a causa di una concezione economicistica della società che cerca il profitto egoista al di fuori dei parametri della giustizia sociale" poi chiede alla politica di fare uno sforzo per risolvere il problema dell'occupazione.

Una risposta arriva subito dal mondo politico, seppur limitata ad un segmento del tema, con una lista di chiarimenti circa la nuova riforma del lavoro (vedi L. 92/2012 al secolo Legge Fornero). In un articolo pubblicato su Legislazione Tecnica dal titolo Chiarimenti sul lavoro a progetto e sulla responsabilità solidale negli appalti questi "chiarimenti" evidenziano in realtà che ci sono ancora molti lati oscuri ed ancora molte cose da chiarire!

Sulla scia della "sveglia" papale ognuno di sua competenza si mobilita ... ed al contempo trova spunto per occupare le proprie giornate. Ad esempio, per quanto riguarda delle carenze che non dovranno più esistere nell'edilizia scolastica italiana ci pensa il MIUR. In un articolo scritto da Eleonora Carrano pubblicato su Il Fatto Quotidiano e dal titolo "MIUR e le linee guida disarmanti per l'architettura scolastica" viene bene descritto l'attuale stato di fatto cui vertono le nostre scuole e verso dove andremo ... nel rispetto delle nuove linee guida. Eleonora chiude il suo articolo evidenziando che il nostro mondo politico-istituzionale altro non fa che dire (corrette) banalità perpetuando la pratica, ormai conclamata, di riempire di parole quasi incomprensibili leggi, leggette e norme che stringi stringi non dicono niente ... anzi ingarbugliano la matassa. Insomma, poche idee ma confuse!
Dai ragazzi....ringraziamo i nostri politici per averci ancora una volta regalato a gratis (mica tanto gratis!!!) delle pillole si saggezza.

A mio avviso il vero problema (italiano) da risolvere, e adesso torno sulle parole del Pontefice, è che il lavoro non si basa sul profitto a tutti i costi, ma sul fare le cose bene nel rispetto di tutti gli attori coinvolti. Per questo ripropongo un post che già scrissi e che davvero è un evergreen: Outsourcing to save time? Outsourcing to make money?
Si potrebbe risparmiare un sacco di tempo, di belle parole e di denaro buttato fuori dalla finestra -mi chiedo quanto tempo passano i legislatori solo a scrivere pagine e pagine di belle parole- se mettessimo buon senso in tutte le cose!



mercoledì 27 marzo 2013

Outsourcing to save time? Outsourcing to make money?


Un'impresa che acquisisce un lavoro opera con l'obiettivo di portarlo a termine per:
1. beneficiare dei compensi che ne derivano
2. per poter sostenere le proprie spese
3. per ottenere altro lavoro dalla efficacia dimostrata nel compiere un impegno.

La probabilità di essere interpellati nuovamente o essere contattati in virtù del passaparola o essere raggiunti perché il proprio lavoro "pubblicato" è riconosciuto come positivo, sale quando il messaggio che si trasmette riflette la linearità dei punti elencati.

Si ricorre all'aiuto di forze esterne nei casi in cui le proprie risorse non sono in grado di soddisfare nei tempi, e talvolta anche per capacità, gli impegni acquisiti. In questi casi si ricorre all'outsourcing.
L'outsourcing è lo strumento attraverso il quale si assegna lavoro esterno alla propria organizzazione avvalendosi di una o più imprese terze, pur mantenendo la responsabilità nei confronti della committenza. Il legame di outsourcing è un vero e proprio contratto che relaziona due imprese dato che, una volta sottoscritto, condividono un comune obiettivo.
Accade però che si ricorre allo strumento dell'outsourcing solo per aumentare la marginalità facendo si che l'impresa terza, condizionata da gravose condizioni economiche, accetti di svolgere un impegno a condizioni per lei molto svantaggiose. Questo succede purtroppo in molti campi del mercato. In questi casi è altissimo il rischio che il lavoro non venga effettuato bene. Ed anche se facciamo leva sui controlli, il risultato non cambia!
I vantaggi di usare l'outsourcing solo per profitto sono comunque a "corto raggio" e diretta conseguenza di questa logica (malata!) con la quale si assegna lavoro esterno è che il risultato finale del lavoro svolto -e di cui rimaniamo sempre pienamente responsabili!!!- non è buono. Pertanto si aziona perfettamente l'effetto contrario a quello che era il proposito iniziale di aumentare la marginalità, ovvero l'aumento istantaneo dei benefici derivati da un legame di outsourcing si paga tutto alla lunga distanza poiché i rischi (concreti e possibilissimi!) sono:
- attraverso il passaparola si perde credibilità
- se il frutto del nostro lavoro non è positivo non si ottengono più commesse
- l'impresa terza potrebbe decidere azioni legali nei nostri confronti (chi la fa l'aspetti!)
- il committente potrebbe decidere azioni legali nei ns confronti (idem c.s.)
- i pagamenti potrebbero essere temporaneamente interrotti causa non completo e soddisfacente  assolvimento degli impegni (ri-idem c.s.)
- etc etc etc
La lista sarebbe lunghissima ... se volete continuo ma preferisco fermarmi (spero che coloro che usano outsourcing solo per aumentare i propri profitti si sentano un pò in colpa!).

In definitiva, condividere un obiettivo sfruttando lo strumento dell'outsourcing nell'ottica di soddisfare i punti iniziali menzionati e non di aumentare solo il profitto, è la cosa migliore per avere successo....e dormire sonni tranquilli!


lunedì 25 marzo 2013

Anche questo è Made in Italy!

Alessandro Palestrini nel suo ManagementBlog scrive un articolo circa il "Paradosso della conoscenza". Descrive infatti il paradosso italiano nei confronti della competitività nelle moderne economie, in cui conoscenza e uso tecnologia sono le basi fondamentali di crescita e sviluppo. 

Ricerche evidenziano che la tendenza italiana ad appoggiarsi a "sistemi di mercato" meno costosi per ottenere utili -nel breve periodo-, si riflettono come un boomerang nel lungo periodo. Sembra che per adesso il giochetto ci sia costato 4 miliardi di € negli ultimi 20 anni.

Una diretta conseguenza della logica italiana dell'uso delle risorse nel mercato, è leggibile nell'immagine di seguito mostrata (immagine che da qualche giorno gira su Facebook ... YouTrend docet!). Direi che i dati si commentano da soli...purtroppo! 


venerdì 15 marzo 2013

Può la grafica spiegare meglio?

La capacità di riassumere è facoltà di pochi. Spesso ci si trova a dover spiegare concetti profondi ad un pubblico molto vasto e dato che le conoscenze di base degli interlocutori sono molto diversificate, non sempre con le parole si riesce a far capire concetti importanti e complessi.
Cultori o semplici amanti di una disciplina alle volte riescono a far leggere con la giusta chiave di comprensione anche concetti astrusi, ma la loro capacità di esposizione dipende in parte anche da chi li sta ascoltando. Non è banale pensare infatti che l'interlocutore sia sempre in grado di capire con una sola chiave di esposizione. Esiste quindi un modo universale per far capire le cose? Io dico di si!

Se la persona a cui vogliamo rendere chiaro un discorso (sia esso un processo o un piano o altro) non comprende le nostre parole, risulta utile spiegare per simboli: buttiamo giù uno schema che graficizza delle relazioni, uniamo le aree tematiche con linee, rappresentiamo delle cadenze temporali di azioni fra loro dipendenti ed il gioco è fatto! Chi ci ascolta avrà un quadro della situazione più chiaro e soprattutto una immagine "fissa" di passaggi che lo aiuterà a pensare nel nostro stesso modo di pensare.
Ritengo che abbiamo nel DNA la capacità di comprendere immagini e simboli meglio delle stesse parole. Forse è per questo che le leggi son tutte parole e pochi schemi?....sarà perché vogliono confondere le cose piuttosto che chiarirle? :)

Uno schema grafico deve contenere delle informazioni che non necessitano di ulteriori spiegazioni o termini di aiuto. Se è fatto bene tali informazioni saranno anche intuitive ed intuibili. La parola -scritta- sarebbe in questo caso solo di ausilio. Ecco perché un bel grafico/disegno è da tutti compreso. Può piacere o meno ma sarà sicuramente compreso!

La bellezza dell'immagine risiede nel fatto che siamo concepiti per comprenderla. Anche se alle volte vediamo cose che ci turbano diciamo "non mi piace" o "non lo capisco" perché in realtà l'immagine stessa ha azionato in noi un meccanismo. Quanto più tale meccanismo rientra nel nostro modo di vedere le cose ed intenderle, tanto più l'immagine vista sarà bella/chiara e comprensibile. Ecco perché se vediamo cose che alla prima non capiamo diciamo "non mi piace!".

Alla domanda "Può la grafica spiegare meglio?", mi sento di dire che la risposta assume sfumature diverse in ognuno di noi, ma in generale è "SI" ... potrebbe anche essere un "si però" se il grafico/schema/immagine posto alla nostra attenzione è mal formulato :)



Purtroppo però non sempre siamo armati di carta e penna per schematizzare in poche linee cosa vogliamo spiegare.

martedì 12 marzo 2013

9 ways to be a Project Manager / 9 modi per essere un Project Manager

NB: images talk more than words! have a look at the video

Ci sono molti modi per essere un PM e Giovanni Puliti, manager di MokaByte, riassume in un video quelli più "estremi" (e simpatici), concludendo con uno fra i più efficaci!

I modi sono:

  1. autoritario
  2. teatrale
  3. maniaci del controllo
  4. nevrotico
  5. ok panico
  6. criptico
  7. burocratico
  8. eroico
  9. collaborativo


Le immagini spiegano meglio di ogni parola!


domenica 10 marzo 2013

Stasi politica = blocco del mercato?

Gli elettori in Italia sono da poco stati chiamati alle urne. I risultati hanno abbastanza spiazzato!
All'orizzonte ci sono tanti scenari e la gente ha ancora più timore che questa situazione continui a ripercuotersi sulle nostre tasche.

Se dovessi dire la mia da cittadino un post non basterebbe, un intero libro non potrei scriverlo per mancanza di tempo ed un dibattito -fosse anche al circolo rionale- non voglio affrontarlo perché finirebbe con mani e paroloni per l'aria.
Mi limito solo ad esprimere un pensiero veloce che risponde alla domanda: lo stato dell'attuale politica, può davvero ulteriormente compromettere il mercato nazionale?
Anzi....non mi permetto di formulare una risposta ma lascio al lettore una sua riflessione.

La crisi ci sta stringendo all'angolo da ormai diversi anni. Lavoravo a Bologna nel 2007 nel campo delle costruzioni e si parlava nei bar di come l'edilizia stava andando. Si diceva "èh...si sta fermando tutto...non ci sono più ordini...il settore è fermo e si porta dietro tutta la filiera"...etc etc
Ma era crisi politica o crisi dei mercati?

Indubbiamente scelte politiche possono influire sul mercato, ma sono davvero tali scelte che ne compromettono l'andamento?

Se la crisi non ci fosse stata per niente, le grandi aziende non avrebbero ugualmente spostato le loro produzioni verso paesi meno costosi? E ancora, non avrebbero comunque cercato di allargare i propri mercati all'estero?